DALLA STALLA ALLE STELLE: LINCREDIBILE VICENDA DI UNA BALILLA 3

MARCIE ASSURTA AI FASTI DELLE AUTO DEPOCA DOPO VENTANNI DI

MODESTO E TRAVAGLIATO SERVIZIO

 


Nel 1953 sul quotidiano romano Il Messaggero apparve un annuncio economico relativo alla

vendita ad un prezzo assai accessibile di una Balilla 3 marcie, che mi sembrò adatto alle mie

esigenze di giovane studente dingegneria e contemporaneamente dimprenditore agricolo, avendo

ereditato alla morte di mio Padre una azienda agricola nel comune di Frascati.

Mi recai, quindi, allindirizzo indicato che era quello di un negozio di vini ed oli ed attesi il ritorno

del proprietario che si era recato in Sabina per fare acquisti, di li a poco ecco arrivare la macchina,

nella cui parte posteriore (ove erano stati rimossi i sedili) facevano bella mostra  due grosse

damigiane di olio della Sabina ed alcune forme di formaggio pecorino.

Il proprietario, dopo avere scaricato la merce, cominciò subito a magnificare le doti della vettura

In primo luogo mi fece notare di avere sostituito le due ruote posteriori con quelle di una Lancia

Ardea di maggiore sezione e quindi più adatte ai carichi, ma poi mi mostrò lasta graduata per

misurare il livello della benzina nel serbatoio, il crick e financo la manovella per la messa in moto

ausiliaria.

Rimasto impressionato da tanta dovizia di accessori, formalizzai lacquisto per il giorno successivo

con la promessa che la vettura sarebbe stata lavata accuratamente onde togliere un persistente

odore di pecorino e dotata dei sedili posteriori che erano stati asportati per il citato trasporto.

Lastuto commerciante mantenne la promessa e lauto divenne di mia proprietà.

Cominciai a percorrere le strade dei Castelli Romani, allora in gran parte dissestate, con a bordo

concimi , anticrittogamici ed altro materiale agricolo e mi resi subito conto che la macchina era di

una robustezza eccezionale unita ad una grande semplicità della meccanica.

Ma usai la macchine anche per recarmi alle lezioni del biennio dingegneria e la utilizzai anche

come mezzo per diporto, specie nel periodo invernale con soggiorni al Terminillo, la montagna di

Roma raggiungibile (ma allora il traffico era meno intenso) in poco meno di due ore

Lidillio con la Balilla venne però ad incrinarsi; infatti, essendosi esauriti gli allegati del libretto di

circolazione ove venivano registrati i pagamenti della tassa, dovetti sottoporre la vettura al

collaudo per ottenere il duplicato degli allegati.

Lingegnere della Motorizzazione rilevò immediatamente che i numeri di matricola del telaio e

del motore non erano originali, mi sequestrò il libretto e mi denunciò per tale motivo.

Fortunatamente lAvvocato di famiglia provvide subito a far rilevare che, stante i numerosi passaggi

di proprietà della macchina, non era possibile dimostrare chi fosse stato lautore della

contraffazione; fui quindi assolto e tornai a circolare con la Balilla con tutti i crismi dellufficialità

e soprattutto con il duplicato degli allegati.

Intanto proseguivo nei miei studi ingegneria ed approdai alla "Scuola di applicazione per ingegneri"

di San Pietro in Vincoli ove venivano tenuti i corsi del sospirato "triennio".

Sul piazzale antistante alla basilica di San Pietro in Vincoli, praticamente deserto, feci amicizia con

un altro studente che si recava alle lezioni con una elegante Balilla 4 marcie cabriolet, targata

"Territorio libero di Trieste", in quanto Trieste allora apparteneva alla "zona A".

Insieme organizzammo feste e gite con il nostro gruppo di amici ed amiche che, con malcelata

disinvoltura, accettavano di salire sulle nostre macchine, che venivano definite sarcasticamente dei

"catorci".

Si unirono a noi altri ragazzi proprietari di" Balilla", di una fiammante Lancia Augusta cabriolet e

perfino di una Fiat 501 torpedo. Oramai si era formato un nutrito gruppetto di appassionati e

decidemmo di dar vita ad una "Scuderia".

Ci riunimmo nella casa di un amico ed allunanimità si prese tale importante decisione; quando si

trattò di dare il nome alla Scuderia, fu accettato dopo ampie discussioni allunanimità il nome da

me proposto: "La manovella".

Il nome era stata da me riesumato dallargomento di una esercitazione dell’"Istituto di meccanica

applicata" della facoltà dIngegneria, dalla quale ero appena reduce, e che appunto aveva per titolo

"biella, manovella e stantuffo".

In tale occasione fu presa anche unaltra importante decisione: la verniciatura a scacchi bianco-neri

del radiatore o della calandra delle macchine dei soci in segno di appartenenza alla Scuderia.

Ma tale verniciatura ebbe breve durata: infatti nel corso di una delle nostre consuete gite domenicali

la colonna delle nostre auto incrociò lungo la Via Appia antica una bellissima Alfa Romeo 1750 GT

con alla guida il Barone Giorgio Franchetti.

Il Barone ci abbordò e dopo rapide presentazioni ci catechizzò sul movimento delle "auto depoca",

sconosciuto in Italia, ma assai diffuso allestero specie in Inghilterra e Francia; apprendemmo cosi

che le nostre auto potevano essere considerate "auto depoca" purchè originali e bene restaurate.

Scomparvero, quindi, dalle nostre macchine gli scacchi bianco-neri e le ruote posteriori della mia

"Balilla" che erano quelle di una "Lancia Ardea", furono sostituite con quelle originali, dopo una

attenta ricerca presso i ricambisti romani detti anche "sfasciacarrozze".

Di conseguenza i piccoli trasporti dellAzienda agricola di famiglia non furono più effettuati dalla

Balilla, oramai assurta al rango di "auto depoca", ma da un più potente OM Leoncino noleggiato

a secondo delle necessità.

Prendemmo contatti anche con l "Automobile Club di Roma" che ci aiutò ad organizzare nel 1956

la prima nostra manifestazione. una "Gimkana" sulle strade già costruite e perfettamente asfaltate

del costruendo "Villaggio Olimpico" destinato ad ospitare gli atleti delle Olimpiadi del 1960.

La manifestazione ebbe grande successo e la stampa cominciò anche ad interessarsi delle auto

depoca e la prima pubblicazione in tal senso con tanto di foto panoramica fu quella del
 
"
Il Giornale dItalia" del 24 gennaio 1956.

Il movimento italiano delle auto depoca aveva oramai preso piede e si stava consolidando.

Progressivamente, però, lentusiasmo giovanile dei soci venne a diradarsi; subentrarono altri

impegni ed altre necessità, subentrarono anche interessi commerciali, ma il nome della scuderia

continuò e continua tuttora di vivere con la rivista "La Manovella", nel cui primo numero

pubblicato nel 1961, organo ufficiale del "Veteran Car Club Italiano, con la presidenza di Umberto

Agnelli, leditoriale ebbe la bontà di riconoscere che il "Circolo La Manovella" è il primo circolo

di amatori di auto depoca sorto in Italia nel 1956" e che "la testata è un omaggio ed un ricordo per

quel primo coraggioso tentativo italiano".

Naturalmente il riduttivo termine "tentativo" è stato ampiamente smentito dal tempo perché gli

amatori di auto depoca italiani si sono in seguito moltiplicati, superando anche ogni più

ottimistica previsione.

                                                                                                                       MARIO MORETTI